Cefalù – Cenni storici
CENNI STORICI:
Tutti gli studi che sono stati fatti sulla città di Cefalù non sono riusciti a darci una risposta scientificamente probante circa la sua data di fondazione e l’etimologia del suo nome. Le poche fonti documentarie a riguardo e le ricerche archeologiche hanno dato conferma ad alcune ipotesi sulla storia della città che però non vanno più indietro del IV secolo.
Tucidide nei suoi precisi resoconti sugli stanziamenti greci in Sicilia non fa menzione di Cefalù, mentre in Diodoro Siculo troviamo un’ampia cronaca circa gli avvenimenti del 396 a.C. a proposito del generale cartaginese Imilcone, cugino di Annibale, che, raggiunto un accordo con gli Imeresi e con gli abitanti di Cefaledio, ebbe via libera attraverso la costa settentrionale per raggiungere Siracusa. Nel 254 a.C. Cefalù cadeva sotto il dominio dei romani e più tardi diveniva “città decumana” con propri magistrati e sommi sacerdoti, se è vero che Cicerone dovette intervenire a favore della città, sotto il governatorato di Verre, al fine di dirimere un broglio elettorale per l’elezione di un sommo sacerdote. Del periodo bizantino poco ci rimane ad eccezione delle merlature della rocca, di alcune cisterne, dei forni e di alcuni reperti a Gibilmanna, oggi sede di un Santuario mariano. Nel 857 Cefalù cadeva sotto la dominazione araba ma pochi resti e pochi documenti ci sono rimasti per la ricostruzione storica di questo periodo.
Il periodo aureo della città di Cefalù è da considerarsi, senza dubbio, quello della dominazione normanna. Il Conte Ruggero la conquista nel 1063. Ruggero II, re di Sicilia, la riedifica sul mare dopo il 1131. E’ questo il momento in cui viene iniziata la costruzione della Basilica Cattedrale perché fosse il mausoleo personale del Re e che ben presto divenne uno dei più grandi Templi della cristianità sparsi per il mondo e l’esempio vivo della sintesi culturale delle forze operanti nell’isola: quella araba, quella bizantina e quella gotico-latina, vera essenza dell’anima siciliana da Ruggero compresa e rispettata. Sotto gli Svevi, precisamente sotto Federico II, vengono trafugati e trasportati a Palermo i sarcofagi di porfido della Cattedrale, uno dei quali doveva accogliere, secondo il suo testamento, il corpo di Ruggero.
Durante il periodo dei Vespri la città fu decisamente antiangioina ed il primo re aragonese in Sicilia, Pietro d’Aragona fu incoronato a Palermo il 30 Agosto 1282 dal Vescovo di Cefalù, Giovanni, data l’assenza dell’arcivescovo di Palermo. Lo stesso avvenne per Giacomo, figlio di Pietro d’Aragona, incoronato dal Vescovo Giunta di Cefalù nel 1287. Con il trattato di Castronovo la Sicilia era privata dell’interdetto del Papa e il 5 Giugno 1284, Carlo II d’Angiò, veniva portato a Cefalù nel castello della Rocca, e come prigioniero e come re fu trattenuto fino al 1288.
Nel 1348 Cefalù cadeva sotto il dominio dei Chiaramonte e nel 1352 tornava nelle mani dei Ventimiglia finchè non venne riscattata dal Re Martino I aragonese. Nel 1430 la città fu venduta dal Re Alfonso V al Conte Antonio Ventimiglia, Marchese di Geraci, per mille fiorini d’oro. Cefalù venne ricomprata dal Vescovo Luca di Sarzana con l’aiuto dei magistrati della città. Sotto i Chiaramonte e i Ventimiglia vengono realizzati gli Osterii ed è il periodo della grande espansione urbanistica della Città. Nel 1566 le dogane della città dipendevano ancora dal Vescovo ed erano intatti gli antichi privilegi , nel XVII secolo i Vescovi di Cefalù avevano un ruolo primario nella vita civile della Città. Nel 1640 il Vescovo Corsetto veniva nominato Vicerè con particolare cura degli affari di polizia e di stato. Morto il Duca di Ossuna, vicerè di Sicilia nel 1656 diveniva il Vescovo Gisulfo e in una successiva elezione, Presidente e Capitano Generale della Sicilia. Durante il XVII secolo Cefalù aveva quasi raggiunto la sua massima espansione edilizia rispetto quello che è ancora oggi il centro storico.
Nel XVIII secolo, non immune alle conseguenze della “vertenza” per il Tribunale della Regia Monarchia rimase per sedici anni priva del Vescovo. Il secolo dei Lumi ebbe i suoi seguaci a Cefalù: numerose le figure di studiosi e scienziati come i fratelli Candiloro e Rosario Porpora.
Nel XIX secolo documenti ci parlano di una Cefalù protagonista sia dei moti rivoluzionari del 1820-21 che di quelli del ’48. Nel Parlamento di Ruggero Settimo sedettero ben tre cefaludesi. Enrico Piraino di Mandralisca, Antonino Agnello e Carlo Ortolani di Bordonaro. Nel 1860, durante la dittatura di Garibaldi, Cefalù diventa il centro di coordinamento e il centro del movimento di ricostruzione di tutto il retroterra madonita. Presidente del Comitato diviene il Barone Enrico Piraino di Mandralisca, con lui Cefalù rivive il secondo momento culturale importante. La città si proietta verso grandi conquiste culturali che continuano ancora oggi, a renderla famosa nel mondo.
ETIMOLOGIA
Le fonti del IV secolo parlano di Kefaloidion , nome prettamente greco dal quale deriverebbe, successivamente, quello latino di “Chephaledium” e quindi “Gafludi” arabo e da quest’ultima l’italianizzato Cefalù. Prima ancora, come ci dicono gli specialisti, comparirebbe il termine di origine punica “Kefa” (“capo” nel senso di “promontorio” o di “rocca”) oppure l’ebraico “Kefas” (pietra). “Kefalos” potrebbe significare anche “fiume sotterraneo” e “testa d’acqua”, mentre “Kephaledian” sarebbe “la sorgente che pullula a mare”. Considerata la natura dei luoghi queste teorie trovano una validità sia che il nome lo si voglia far derivare in allusione alla rocca, sia che il nome possa derivare dall’acqua corrente sotto la rocca stessa nelle famose sorgenti di Presidiana.
STEMMA DELLA CITTA’
Lo stemma è costituito da tre pesci attorno ad un pane. Qualcuno ha sostenuto che siano tre cefali attorno ad una palla d’oro e l’allusione ai cefali sarebbe chiara perché da questi deriverebbe il nome di Cefalù. In realtà si è più propensi a sciogliere la simbologia dello stemma, in chiave profana considerando i pesci come il simbolo del mondo marinaro, per cui la pesca è la maggiore attività, e il pane come il simbolo dell’altro momento economico importante della città cioè l’agricoltura, in chiave religiosa individuando nei pesci il segno distintivo delle comunità cristiane primitive e il segno di riconoscimento nei periodi delle persecuzioni e della clandestinità. Inoltre la parola pesce in greco è IXTHUS che corrisponde all’anagramma del Cristo.
Questo stemma risale al 1451 ma nel “Libro Rosso” della città nella prima pagina dopo la copertina vi è riprodotto lo stemma originario che è più ricco e articolato. Consta di due parti: la parte superiore, su uno sfondo color turchino è raffigurato il Cristo Pantocratore con nella mano sinistra il mondo sormontato da una croce e la mano destra in atto di benedire; la parte inferiore, con lo sfondo azzurro, rappresenta il mare con i tre pesci e la focaccia. L’insieme dello stemma era contenuto in un drappeggio di color cremisi con il quali si raffigura il manto dell’ Ecce Homo, sormontato da una corona reale.

